economia x noi

2014 - Banca d'Italia alle banche ?

Home Page


logo

Vai alla successiva


Mercoledì 29 gennaio 2014, nonostante la dura opposizione della minoranza parlamentare è stata approvata la legge n.5/2014 che rivaluta le quote della Banca d’Italia.
Un poco di storia
La Banca d’Italia fu istituita con la legge n. 449 del 10 agosto 1893, che introdusse norme di  tutela dell’interesse pubblico al di sopra delle esigenze di profitto degli azionisti, al fine di evitare il ripetersi di scandali come quello della Banca Romana.
Solo sotto il fascismo, nel 1926, la Banca d’Italia divenne l’unico istituto autorizzato all’emissione di banconote e le furono affidati i poteri di vigilanza sulle altre banche.
Successivamente, con la legge bancaria del 1936 (regio decreto-legge 12 marzo 1936, n. 375, convertito dalla legge 7 marzo 1938, n. 141) la Banca d'Italia divenne "istituto di diritto pubblico" e le fu proibito di operare con operatori non bancari, sottolineando così la sua funzione di "banca delle banche".
Inoltre gli azionisti privati vennero espropriati delle loro quote, che furono riservate a enti finanziari pubblici che versarono 300 milioni di lire per costituire il capitale della Banca d'Italia.
Quegli istituti di credito sono oggi le banche private italiane e sono ancora oggi formalmente i proprietari della Banca d'Italia, il cui capitale nominale era rimasto quello del 1936, pari a 156 mila euro.
A causa di una serie di acquisizioni e cessioni, oltre il 52 per cento delle quote è in mano a due sole banche: Intesa e Unicredit.
Un 10% è in mano alle assicurazioni (Generali, Allianz, SAI, Milano, Reale Mutua) e meno del 6% agli enti pubblici (INAIL e INPS); il resto delle quote è posseduto da una cinquantina di banche (nessuna meridionale), compresa la Cassa di Risparmio della Repubblica di San Marino per una quota irrisoria.
Sebbene il capitale della Banca d'Italia sia proprietà delle banche private, la gestione della Banca d'Italia è affidata al Ministero del Tesoro e al Parlamento.
La legge del 1936 prevedeva che il carattere pubblico della Banca d'Italia fosse garantita dal possesso del capitale da parte delle banche, con il presupposto della proprietà pubblica di queste, ma con la privatizzazione del settore bancario, il capitale della Banca è passato nelle mani di soggetti privati.
logo banca d'Italia

I guadagni delle Banca d'Italia

La Banca d’Italia produce dei guadagni, non solo dalla emissione della moneta ("signoraggio"), ma anche da funzioni del tutto simili a quelle delle banche commerciali  e dalla gestione del portafoglio di proprietà.
Guadagni che ogni anno gira al Ministero del Tesoro (negli anno 2001-2011 in media 370 milioni di euro l'anno) e in parte ancora maggiore accantona come riserve, attualmente pari a € 23 miliardi.
Ai proprietari delle quote ("partecipanti") va solo il 10% del capitale (in tutto solo circa 15mila euro) più (dal 1948 in poi) i frutti degli investimenti, fino a un massimo del 4% del totale delle riserve accantonate.
Così, i "partecipanti" nel 2013 hanno avuto circa 70 milioni di euro (pari a solo lo 0,5% anche se potevano essere 600 milioni, dato che le riserve complessive erano pari a circa 15 miliardi).
Per ovviare a questa situazione anomala - che riflette la formazione storica della Banca d'Italia, simile a quella delle banche centrali di altre nazioni - la legge n. 265 del 2005 stabiliva il trasferimento del capitale, entro tre anni, dai privati allo Stato.

Legge 28 dicembre 2005, n. 262
" Disposizioni per la tutela del risparmio e la disciplina dei mercati finanziari "
Art. 19 (Banca d’Italia)

10. Con regolamento da adottare ai sensi dell’articolo 17 della legge 23 agosto 1988, n. 400, è ridefinito l’assetto proprietario della Banca d’Italia, e sono disciplinate le modalità di trasferimento, entro tre anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, delle quote di partecipazione al capitale della Banca d’Italia in possesso di soggetti diversi dallo Stato o da altri enti pubblici.
 
Nel dicembre 2005 il Presidente del Consiglio era Silvio Berlusconi, a cui è succeduto Romano Prodi (dal 17 maggio 2006 al 6 maggio 2008) e quindi di nuovo Berlusconi; fatto sta che non è stato emanato il regolamento e non sono state trasferite le quote di proprietà della Banca d'Italia in mano alle banche.
Perche?

La questione dell'indipendenza

Probabilmente la legge del 2005 non è stata applicata per la contrarietà di ambienti vicini alle banche ed alla stessa Banca d'Italia.
Ad esempio, nel 2006 Camilli della LUISS : "La concentrazione di tutto il capitale nelle mani dello Stato (mentre prima comunque era diffuso fra soggetti diversi, anche se fino a poco tempo fa pubblici), magari attraverso il Ministero dell’Economia, potrebbe comportare un vulnus dell’indipendenza della Banca, soprattutto dal punto di vista finanziario e dell’indipendenza statutaria".
Più esplicita la stessa Banca d'Italia che, nel 2013, scrive: "Il modello caratterizzato da una proprietà privata del capitale va preservato" ..."occorre evitare che si dispieghino gli effetti negativi della legge n. 262 del 2005, mai attuata, che contempla un possibile trasferimento allo Stato della proprietà del capitale della Banca. L’equilibrio che per anni ha assicurato l’indipendenza dell’Istituto, preservandone la capacità di resistere alle pressioni politiche, non va alterato".
Ma, se la proprietà non può influenzare le attività istituzionali della Banca, come può costituire un contrappeso alle istituzioni politiche (governo e parlamento) che ne determinano la governance?

Banca pubblica o privata?

I proprietari delle quote del capitale (banche private, assicurazioni e enti pubblici) nominano i componenti del Consiglio Superiore, che ha competenze sulla articolazione territoriale e sull'assetto organizzativo della Banca d'Italia, inclusa la gestione del patrimonio immobiliare, la politica del personale, etc.
Specifiche norme (DLCPS n.691 del 1947) escludono dalle competenze del Consiglio Superiore la vigilanza creditizia e finanziaria, in modo da garantire l’indipendenza della Banca, quale Autorità di vigilanza, da interferenze dei partecipanti al capitale.
Ma resta un possibile conflitto d'interessi: l’assemblea dei partecipanti è chiamata ad approvare il bilancio e le proposte del Consiglio Superiore, al quale spetta la decisione di proporre la quota degli utili da accantonare a riserva (fino ad un massimo del 40%) e quindi la quota restante di utile da distribuire allo Stato; al Consiglio Superiore spetta anche la proposta in merito al dividendo (fino a un massimo del 4% di tutte le riserve) da destinare ai partecipanti al capitale.
In sostanza, le banche private, tramite il Consiglio superiore da loro nominato, determinano l'ammontare delle riserve e quindi il dividendo che riceveranno!

Le riserve di Bankitalia

È difficile dire qual è il livello ottimale di riserve per una banca centrale, ma dal confronto internazionale, emerge che la Banca d’Italia ha forse un eccesso di riserve: infatti, le riserve della Banca d’Italia sono pari al 6 % del suo attivo, contro valori pari al 2 % per Banca di Francia, Bundesbank e Banca di Spagna.
La Banca d’Italia ha invece riserve per 22,5 miliardi di euro e un fondo rischi generali per 13,2 miliardi di euro, cui si aggiungono riserve per la rivalutazione dell’oro e riserve valutarie per altri 86,9 miliardi di euro e accantonamenti per rischi specifici e per il personale per oltre 8,1 miliardi di euro, per un totale complessivo di circa 131 miliardi di euro.
Il Consiglio superiore ha poi proposto l’accantonamento a riserva del 60 per cento dell’utile netto 2012 (un miliardo circa, su 2,5 miliardi di utile netto), cioè la misura massima prevista dallo statuto.
Il tema delle riserve della Banca d’Italia è complesso e molto rilevante sul piano finanziario; ma non può essere di competenza di privati.
Solo lo Stato dovrebbe  decidere sulla destinazione di risorse prodotte con beni pubblici.
Banca d'Italia
letta e saccomanni

Il decreto-legge

Il decreto-legge n. 133, approvato il 27 novembre 2013 dal Consiglio dei Ministri(Letta-Saccomanni), sulla Banca d'Italia e l'IMU, ha avuto un iter caratterizzato da un'insolita rapidità.
Il Governo italiano ha dato solo tre giorni lavorativi alla Bce per emanare il parere che, secondo quanto previsto dal Trattato dell’Unione Europea, doveva precedere l’approvazione del decreto, essendo la Banca d'Italia parte del Sistema Europeo di Banche Centrali.
Per questo, Mario Draghi (firmatario del parere in qualità di Presidente della BCE), ha dovuto richiamare l’attenzione del Ministero dell' Economia al rispetto della procedura di consultazione.

Dove era l'urgenza?

Secondo la Costituzione italiana, il riscorso al Decreto Legge è possibile “in casi straordinari di necessità e di urgenza”. Dov’era in questo caso la straordinaria necessità e urgenza che impediva un normale iter parlamentare?
Il Ministero dell'Economia e delle Finanze nel comunicato stampa, emanato il 29 gennaio 2014, ha così motivato l'urgenza: "La riforma di un assetto risalente al 1936 era peraltro divenuta ormai urgente in vista dell'entrata in vigore del nuovo sistema unico di supervisione bancaria in ambito europeo”.
Peccato che, come si legge sul sito della Bce: “l'assunzione delle nuove competenze di vigilanza bancaria da parte della Bce è prevista per l’autunno 2014”.
Sette – otto mesi di tempo, come minimo, non sono sufficienti per pensare a un dibattito parlamentare? Rappresentano una “straordinaria urgenza”? 

La ricapitalizzazione

La nuova legge (n. 5 del 29.1.2014) autorizza l'istituto ad aumentare il proprio capitale, dai 156 mila euro del 1936 a 7,5 miliardi di euro; l'aumento di capitale avviene trasferendo alle banche dei fondi accumulati come riserve dalla Banca d'Italia.
Viene anche introdotto un limite di possesso azionario del 3 per cento del capitale, per cui i possessori di quote maggiori le devono vendere. La sanzione per le quote in eccesso è la non spettanza del diritto di voto e dei dividendi. E' previsto anche che la Banca d'Italia possa temporaneamente riacquistare le quote in eccesso per poi rivenderle.
Sulla plusvalenza di 7,5 miliardi le banche devono pagare una tassa agevolata del 12% anziché del 16%, ovvero 900 milioni invece che 1,2 miliardi.
Questi 900 milioni vanno a coprire le mancate entrate derivanti dall'abolizione della seconda rata della tassa sulla casa (IMU).

Al Senato

Il Senato della Repubblica ha discusso il decreto-legge presentato dal Governo Letta nella seduta del 9 gennaio 2014.
L'urgenza del provvedimento era motivata dall'abolizione (art.1) della seconda rata della tassa sulla casa (IMU).
Relativamente alla Banca d'Italia, sono stati approvati degli emendamenti che limitano la possibilità di comprare e mantenere quote del capitale della Banca alle banche, assicurazioni e fondi pensione aventi sede legale e amministrazione centrale in Italia.
E' stata anche ridotta la quota massima di capitale che ciascun soggetto può possedere dal 5% proposto dal governo al 3%.
Le opposizioni hanno criticato il ricorso al decreto-legge soprattutto in materia di assetto della Banca d'Italia e hanno denunciato la privatizzazione e la perdita di autonomia della Banca centrale, trasformata in una società ad azionariato diffuso, e la distribuzione a soggetti privati degli utili derivanti dalla rivalutazione delle riserve.
Il Movimento 5 Stelle ha ricordato che nulla è stato fatto, dallo scoppio della crisi economica, per imporre nuove regole della finanza e si è dichiarato favorevole alla ripubblicizzazione della Banca d'Italia, come previsto dalla legge n. 262 del 2005.
I Gruppi di maggioranza hanno replicato che le disposizioni relative a Bankitalia non indeboliscono ma ricapitalizzano l'Istituto anche al fine di favorire l'erogazione del credito a famiglie.

Alla Camera

La votazione finale sul decreto alla Camera è stata rimandata più volte fino a mercoledì 29 gennaio, ultimo giorno utile per la conversione del decreto.
Il Governo ha posto la fiducia sul decreto, il cui testo quindi non poteva essere modificato.
Il Movimento 5 Stelle essendo contrario, non all’abolizione della seconda rata dell’IMU, ma alle norme che riguardano la Banca d’Italia, ha messo in atto un forte ostruzionismo.
La Presidente della Camera, Boldrini, ha applicato la “ghigliottina”: ha interrotto la discussione parlamentare per far votare il provvedimento, prima che il decreto scadesse e la legge è stata quindi approvata.
Il Movimento 5 Stelle ha "fortemente" protestato e, anche grazie alle conseguenti polemiche, la questione della ricapitalizzazione della Banca d'Italia ha acquistato una maggiore notorietà.

banca d'Italia

il valore delle quote

La legge n.5/2014 stabilisce la ricapitalizzazione della Banca d'Italia riconoscendo ai "partecipanti" ben 7,5 miliardi di euro. Miliardi che restano nella Banca d'Italia, spostandosi dalle riserve al capitale, ma che diventano a tutti gli effetti soldi propri delle banche. Come si è arrivati a stabilire questa cifra?
Con uno studio della stessa Banca d'Italia, redatto con l’ausilio dei professori Franco Gallo (Corte Costituzionale), Lucas Papademos (già BCE) e Andrea Sironi (Rettore della Bocconi).
Lo studio ha determinato il valore delle quote utilizzando un Dividend Discount Model, in base al principio che il valore di un’attività finanziaria è pari al valore del reddito che essa produce; ma l'uso di questo metodo è stato contestato, perché i profitti di una banca centrale sono di proprietà della collettività in quanto ottenuti sfruttando in regime di monopolio un bene pubblico, ossia il diritto di signoraggio.
Lo studio della banca d'Italia aveva indicato un valore compreso tra 5 e 7,5 miliardi e il Governo Letta ha scelto il valore massimo.
Se invece di utilizzare il complesso metodo scelto nello studio della Banca d'Italia, si fosse calcolato il valore del capitale assumendo i 74,3 milioni di dividendi distribuiti nel 2013 come quelli di una rendita perpetua a un tasso del Btp a 10 anni (supponiamo del 4,5 per cento), il valore delle quote sarebbe pari a 1,7 miliardi di euro.
Nello studio si specifica che "Sono stati effettuati anche calcoli per rivalutare il capitale reso disponibile dai partecipanti nel 1936, utilizzando adeguati indici di capitalizzazione. I risultati sono di gran lunga inferiori a quelli riportati in questa nota. Una tale metodologia non risulta tuttavia applicabile nella circostanza..."
In effetti applicando i coefficienti di rivalutazione monetaria dell'ISTAT i 300 milioni di lire del 1936 sarebbero oggi solo 321 milioni di euro!
E' stato anche obiettato che questo non sarebbe legale in quanto, nel 2001, il Ministro Tremonti aveva inserito nella legge finanziaria l'invito alla rivalutazione di quote di vario genere, incluse le quote della Banca d'Italia; le banche hanno rivalutato le quote della Banca d'Italia in loro possesso, pagandoci le tasse.
Da notare che le varie banche hanno attribuito valori molto diversi alle loro partecipazioni al capitale della Banca d'Italia, il cui valore dai 156.000 euro, oscillerebbe tra 500 milioni fino a 22 miliardi di euro. E' interessante però che le due banche (Intesa e Unicredit) che detengono il 52% delle quote, hanno stimato il valore dell'intero capitale di Bankitalia entro i 1,5 miliardi.

I dividendi (passati e futuri)

Secondo il vecchio statuto, ai partecipanti potevano essere assegnati dividendi fino al 4% delle riserve complessive.
Ma le riserve si accumulano anno dopo anno grazie all’attività classica di una banca centrale, il “battere moneta”.
In quanto derivanti da una tipica attività di interesse pubblico, queste riserve non sono di proprietà dei partecipanti, per questo la nuova legge, anche temendone una possibile progressione, fissa i dividendi al capitale (non più del 6% dei 7,5 miliardi): quindi, i dividendi non potranno mai eccedere i 450 milioni.

E se invece ...?

Ipotizziamo un percorso differente.
Lo Stato poteva ricomprare le quote dalle banche private (come stabilito dalla legge del 2005) riconoscendo loro tra i 321 milioni di euro  e 1,5 - 1,7 miliardi, da versare entro 2-3 anni (con gli utili della stessa Banca d'Italia);
la Banca d'Italia invece di destinare il 40% degli utili a riserva, essendo già dotata di riserve maggiori rispetto a quelle di altre banche centrali, aumentava la quota di utili da versare allo Stato, con i quali si copriva l'IMU (nel 2013, la Banca d'Italia ha destinato a riserve 1 miliardo di euro). 

ultimo aggiornamento: 19 febbraio 2014

FONTI (Bankitalia)

logo www.bancaditalia.it/bancaditalia/funzgov/gov/partecipanti/Partecipanti.pdf
www.bancaditalia.it/bancaditalia/funzgov/gov/consup
www.bancaditalia.it/...quote...BdI/Valore_quote_capitale_BI.pdf
www.bancaditalia.it/bancaditalia/funzgov/gov
www.bancaditalia.it/media/.../QuoteIncontroStampa_030214.pdf
www.senato.it/3818?seduta_assemblea=229
www.static.luiss.it/siti/media/1/20060421-CAMILLI19222526.pdf
www.lavoce.info/quanto-vale-la-banca-ditalia/
www.ilpost.it/2014/01/31/banca-ditalia-quote-proprieta/
www.ilpost.it/2014/01/29/conversione-decreto-imu-m5s-banca-ditalia/
www.ilfattoquotidiano.it/2014/01/24/decreto-imu-bankitalia-arrivano-i-tre-magi/856156/
www.nonconimieisoldi.org/blog/banca-ditalia-alcune-domande/
www.sbilanciamoci.info/Sezioni/capitali/Bankitalia-una-toppa-peggiore-del-buco-22000
www.lefoureloaded.blogspot.it/2014/01/le-nuove-balle-sulla-banca-ditalia.html