economia x noi

2001 - L' Argentina e i "tango bond"


Alla fine del 2001, il governo argentino dichiarò il default,
di fronte all’impossibilità di ripagare il debito pubblico, pari a 132 miliardi di dollari.
Ma le origini del collasso dell'economia argentina risalgono a molto tempo prima.

Home Page



Vai alla successiva



logo

La situazione economica precedente

Nel 1983 la dittatura militare, dopo l'esito fallimentare del tentativo di sopire la contestazione popolare contro la Giunta militare con la guerra delle Falkland-Malvinas, lasciò al governo democratico del presidente Raúl Alfonsín un paese in crisi economica e con una disoccupazione al 18%.
Il progetto del nuovo governo prevedeva la stabilizzazione dell'economia argentina e la creazione di una nuova moneta, l'austral.
un austral Ma nel luglio 1989, l'inflazione raggiunse il tasso mensile del 200% (si racconta che a Buenos Aires i prezzi nei ristoranti e nei negozi fossero scritti su lavagnette con il gesso bianco per poter essere aumentati durante la giornata) e i salari reali si abbassarono toccando il minimo degli ultimi 50 anni.
Le rivolte popolari portarono Alfonsín a dimettersi 5 mesi prima della scadenza del mandato, sostituito da Carlos Menem.
Il ministro dell'economia Domingo Cavallo nel 1991 fissò il cambio a 10.000 austral per 1 dollaro, poi venne quindi ripristinato il peso come moneta argentina, sempre con un tasso di cambio fisso verso il dollaro.
In questo modo venne assicurata l'accettazione della moneta nazionale, che durante i periodi di iper-inflazione era spesso rifiutata, in favore del dollaro, e fu  drasticamente ridotta l'inflazione, ottenendo la stabilità dei prezzi e consentendo l'accesso al credito a tassi molto bassi.
La parità fissa col dollaro ("currency board") consentì all’Argentina di eliminare l’inflazione ma si tradusse rapidamente in una grave perdita di competitività per il sistema produttivo argentino: il pesos era sopravvalutato e quindi la carne e i prodotti argentini faticavano ad essere venduti all’estero mentre il paese era invaso da prodotti importati.
Inoltre un'enorme evasione fiscale e il riciclaggio di denaro portarono alla fuoriuscita di capitali verso i paradisi fiscali;  tutto ciò causò la deindustrializzazione dell'Argentina con conseguente caduta dell'occupazione.
Nel frattempo, le spese del governo e la corruzione restavano elevati.
Malvinas o Falkland
Così, durante gli anni '90, il debito pubblico crebbe velocemente e l'Argentina era sempre meno capace di ripagarlo.
Il flusso di moneta straniera ricavata dalla privatizzazioni di imprese pubbliche si esaurì e, dopo il 1999, le esportazioni argentine si ridussero per effetto della svalutazione della moneta brasiliana e per la rivalutazione del dollaro che fece rivalutare il peso nei confronti delle monete dei maggiori partner commerciali come Brasile e area Euro.
un peso
Dato che la quantità di pesos in circolazione non bastava a soddisfare la richiesta di contanti, circolavano grandi quantità di valuta complementare (titoli ed assegni) tra cui il "Patacón", emesso dalla provincia di Buenos Aires.
un patacon
Lo scoppio della crisi
Nel 1999, il nuovo presidente, Fernando De la Rúa, trovò un paese in recessione, con il Prodotto Interno Lordo (PIL) diminuito del del 4% e la disoccupazione a livelli critici. cacerolazo
Ciò nonostante, il suo governo continuò le politiche economiche restrittive, non volendo abbandonare il tasso di cambio fisso con il dollaro e svalutare il peso.
Nel 2001 la gente iniziò a temere il peggio e a ritirare il denaro dai propri conti correnti bancari, convertendo i pesos in dollari e mandandoli all'estero.
Il governo adottò una serie di misure, che congelarono tutti i conti bancari per dodici mesi, permettendo unicamente prelievi di piccole somme di denaro.
Si svilupparono proteste popolari, note con il nome di "cacerolazo", che consistevano nel percuotere rumorosamente pentole e padelle.
Gli scontri con la polizia divennero frequenti così come gli incendi nelle strade di Buenos Aires. Fernando De la Rúa dichiarò lo stato d'emergenza, ma questo peggiorò soltanto la situazione.
Le proteste del 20 e 21 dicembre 2001 a Plaza de Mayo si conclusero con diversi morti e provocarono la caduta del governo: il 21 dicembre De la Rúa si dimise, abbandonando in elicottero la Casa Rosada, e subito dopo si dimise anche il vice-presidente.
Venne nominato Adolfo Rodríguez Saá, si dimise poco dopo aver dichiarato il default.
La crisi politica terminò con la nomina di Eduardo Duhalde, ma non quella economica.

Dopo la crisi.
Si calcola che il Pil dell’Argentina sia diminuito di circa il 40 per cento a seguito della crisi di default; solo nel 2002 il Pil crollò dell’11 per cento rispetto all’anno prima.
Nel gennaio del 2002, il ministro dell'economia, Roberto Lavagna, decise l'abbandono della  parità fissa 1 a 1 dollaro-peso, fissando un tasso di scambio provvisorio a 1,4 pesos per dollaro.
Dopo alcuni mesi, il tasso di cambio fu lasciato fluttuare liberamente e nel 2002 giunse a quasi 4 pesos per dollaro.
La svalutazione del peso spinse l'inflazione poiché l'Argentina dipendeva fortemente dalle importazioni e al tempo non aveva mezzi locali per rimpiazzare i prodotti esteri, molti prodotti importati divennero praticamente inaccessibili.
Molte imprese chiusero o fallirono. Il tasso di disoccupazione salì al 25%.
cartonerosLa Banca mondiale ha stimato che a ottobre 2002 circa il 58 per cento della popolazione argentina era caduta sotto la soglia della povertà e il 27,5 per cento era in uno stato di povertà assoluta, cioè non era in condizione di mangiare a sufficienza. 
Molte migliaia dei nuovi senzatetto e disoccupati argentini trovarono lavoro come cartoneros, cioè raccoglitori di cartone; si stima che nel 2003 da 30.000 a 40.000 persone frugassero per le strade alla ricerca di cartone per guadagnare quanto bastava per sopravvivere vendendolo agli impianti di riciclaggio.

Nel 2003 fu eletto il nuovo presidente, Néstor Kirchner, che mantenne come ministro dell'economia Lavagna, fino al 2005, quando Lavagna si dimise per contrasti sulla gestione della banca centrale.
Roberto Lavagna La svalutazione del peso aveva reso le esportazioni argentine economiche e competitive all'estero ed aveva scoraggiato le importazioni. Inoltre, l'alto prezzo della soia sui mercati internazionali causò un grande afflusso di valuta estera.
Sebbene il FMI avesse chiesto di ridurre del 13% le spese per i salari pubblici e per le pensioni, il  governo si rifiutò e destinò una grande quantità di denaro ai servizi sociali, controllando la spesa in altri campi, inoltre incoraggiò la produzione locale e prestiti accessibili per le imprese, ed organizzò un piano ambizioso per aumentare il gettito fiscale.
L'Argentina riuscì a tornare alla crescita economica; il PIL aumentò del 8.8% nel 2003, del 9.0% nel 2004, del 9.2% nel 2005, del 8.5% nel 2006 e del 8.7% nel 2007 (una perfomance seconda soltanto a quella della Cina).
Come conseguenza del modello produttivo dell'amministrazione e delle sue misure di controllo (vendere le riserve in dollari nei mercati pubblici), il peso si rivalutò lentamente, arrivando ad un rapporto 3 a 1 con il dollaro.

Grazie alla svalutazione competitiva, l’Argentina poteva vendere i suoi prodotti al Brasile, in forte espansione, e a tutto il  Sudamerica. Ma soprattutto la rivincita del Paese avvenne grazie alla simultanea crescita delle quotazioni internazionali delle sue derrate agricole, soja in primis, per la domanda sempre più forte da parte dei cinesi.
La disoccupazione si è considerevolmente ridotta ed i salari sono saliti in media ad un tasso del 17% annuo dal 2002 (con un salto al 25% annuo nel maggio 2008), ed i prezzi al consumo hanno in parte accompagnato questo innalzamento; l’inflazione, anche se non comparabile ai livelli delle precedenti crisi, è restata, 12.5% nel 2005, 10% nel 2006, 15% nel 2007. Questo ha portato il governo ad aumentare le tariffe doganali per gli esportatori.
Alcuni osservatori hanno indicato l’Argentina come il modello virtuoso da seguire per gestire e superare una crisi del debito, ma, se da una parte l'Argentina ha potuto giovarsi degli alti prezzi delle materie prime agricole e del cambio del peso competitivo, fattori che hanno fatto volare le esportazioni e garantito all’Argentina una bilancia commerciale in attivo, dall'altra parte ha mancato l’occasione per mettere mano a riforme strutturali, per rafforzare il sistema bancario e per costruirsi una affidabilità che le permettesse di ritornare a offrire titoli sui mercati.

La ristrutturazione del debito
A fine 2001, il governo argentino, impossibilitato a restituire i 132 miliardi di dollari dei propri bond, dichiarò il default.
Il default argentino colpì anche numerosi piccoli risparmiatori (tra i quali migliaia di famiglie italiane), cosa che ha poi portato ad appurare le responsabilità dell’intermediazione bancaria, che non aveva presentato correttamente l'investimento nei bond argentini sotto il profilo del rischio, ma solo dei loro remunerativi interessi.
In seguito, il governo argentino avviò la ristrutturazione del debito.
In parole povere, disse che non era in grado di restituire ai possessori di titoli di stato i soldi che questi avevano investito sul Paese. Per affrontare la crisi vennero avviate trattative per arrivare alla cosiddetta “ristrutturazione del debito”: nel 2005 e nel 2010 vennero offerti ai creditori nuovi titoli di stato “scontati” – cioè con valore nominale molto più basso (tra il 25 e il 35 per cento del precedente valore nominale), con rendimenti inferiori e con scadenza più lunga (trentennale).
Pur di limitare le perdite, lo scambio fu accettato dal 92,4 per cento degli investitori, mentre il 7,6 per cento degli obbligazionisti rifiutò. Cristina Fernandez de Kirchner Ai due piani di ristrutturazione del debito argentino ha aderito anche la gran parte dei risparmiatori italiani. Ne sono rimasti fuori 53mila, seguiti dalla TFA - la Task Force Argentina, organizzazione patrocinata dall’ABI a seguito della bancarotta argentina del 2001 - che ha fatto ricorso ad un arbitrato internazionale presso l’Icsid di Washington, un organismo per la risoluzione delle controversie finanziarie internazionali.
Fondi "avvoltoi"
Alcuni fondi speculativi negli anni passati avevano acquistato i bond argentini a prezzi di realizzo da chi non aveva aderito ai piani di ristrutturazione; due di questi, gli hedge funds Elliot Management e Aurelio Capital Management, si sono rivolti al Tribunale di New York (le prime obbligazioni erano state emesse negli USA), chiedendo  il rimborso integrale dei loro titoli e gli interessi maturati dal 2001 e i giudici hanno dato loro ragione; la cifra da pagare è di 1,33 miliardi di dollari.
L'Argentina non ha accettato in quanto si sarebbe esposta a nuove richieste: in quanto le obbligazioni "ristrutturate" conteneva clausole, dette RUFO ("Rights Upon Future Offers") o "pari passu", secondo cui il creditore ristrutturato avrebbe potuto chiedere allo stato argentino le stesse migliori condizioni che questi avrebbe eventualmente accordato ad altre categorie di creditori.
Cioè se pagava al 100% i creditori che si sono rivolti alla giustizia americana doveva pagare al 100% anche tutti gli altri: 120 miliardi di dollari, inclusi gli interessi. Considerando che l'Argentina dispone di circa 28 miliardi di dollari di riserve valutarie, ciò sarebbe equivalso a un nuovo e più grande default.
E' iniziato un "braccio di ferro" tra l'Argentina e la giustizia americana (l'anziano giudice Thomas Griesa) che ha sequestrato i fondi con cui l'Argentina doveva pagare le scadenze dei bond ristrutturati, per cui l'Argentina dal 1° luglio 2014 è in default.
Oggi
La situazione economica è in peggioramento: la moneta argentina ha subito diverse svalutazioni rispetto al dollaro e l’Argentina è il secondo Paese al mondo con i tassi più elevati d’inflazione (la precede solo il Venezuela).
Per sfuggire all’inflazione (intorno al 30%) – e al fatto che i salari non si adeguano con la stessa velocità – gli argentini hanno cercato di acquistare monete stabili, come il dollaro, ma le riserve di dollari in mano alla Banca centrale argentina erano 52 miliardi nel 2011, mentre oggi sono 28 miliardi e servono proprio per pagare i debiti in dollari contratti dopo il default del 2001.
Per questi motivi negli ultimi anni il governo argentino ha cercato di rendere sempre più difficile ai suoi cittadini procurarsi dollari, così da tutelare le proprie riserve di valuta pregiata ed evitare la “fuga di capitali”; una delle ultime norme di questo tipo è stata la legge contro l’e-commerce. Le forti restrizioni al cambio hanno favorito un mercato parallelo, quello del cambio nero del dollaro, definito “blue”, dove il peso vale ancora meno.
Il calo dei prezzi della soia (quasi il 35 per cento negli ultimi mesi) ha prodotto una diminuzione della valuta estera proveniente dalle esportazioni e di conseguenza difficoltà ad importare le materie prime necessarie allo sviluppo industriale.
La presidente argentina, Cristina Kirchner, ha cercato di prendere tempo concludendo un accordo con la Cina: lo scorso luglio il presidente cinese Xi Jinping ha concesso l’erogazione di un prestito di 815 milioni di dollari vincolati all’acquisto d’importazioni cinesi e al finanziamento di opere legate all'economia cinese.
Il 22 aprile 2015 l'Argentina ha emesso nuove obbligazioni per 1 miliardo e 415 milioni di dollari, promettendo un 'interesse del 8,75 %.
Metà delle obbligazioni sono state acquistate dal fondo Marathon Asset Management garantendo il successo dell'operazione, anche se restano i dubbi visto che moltissimi altri proprietari di Tango Bond non riescono ad incassare gli interessi a causa dei sequestri emessi dal giudice americano Thomas Griesa.

e domani?
L'inflazione elevata ha eroso il potere d'acquisto dei consumatori, la diminuzione di valuta pregiata ha reso più difficile l'importazione di materie prime per l'industria, già colpita dalla diminuzione della domanda interna (-4,9%), le difficoltà di accesso al credito internazionale, la scarsa credibilità del Governo argentino nei mercati finanziari e lo scarso afflusso di investimenti fanno prevedere uno scenario economico di recessione, inflazione e mancanza di investimenti.

ultimo aggiornamento: 18 maggio 2015

FONTI (Argentina)

logo
http://it.wikipedia.org/wiki/Crisi_economica_argentina
http://it.wikipedia.org/wiki/Debito_pubblico#Il_debito_pubblico_in_Argentina
http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/11/29/argentina-di-nuovo-verso-default
http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/25/litalia-sulle-orme-dellargentina
http://www.notiziegeopolitiche.net - Tango bond, Usa sequestrano nave per risarcimento
http://www.finanzainchiaro.it/ Argentina: se perde causa cosa cambia per 53mila italiani
http://www.italnews.info/2012/12/16/lonu-ordina-al-ghana-di-rilasciare-la-nave-argentina
http://www.ilpost.it/2014/10/03/argentina-economia-inflazione-banca-centrale/
http://www.investireoggi.it/economia/largentina-potrebbe-annunciare-la-fine-del-default-ecco-la-beffa-con-larrivo-del-2015/
http://www.ilcaffegeopolitico.org/27428/lincertezza-delleconomia-argentina
http://pangeanews.net/economia/bond-argentini-il-fondo-marathon-ha-comprato-piu-della-meta-dei-bonar24-10287/