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1929 : il crollo di Wall Street

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Il liberismo

Dottrina economica fondata sulla libera iniziativa e sul libero commercio, e, ai suoi esordi, sulla visione di una naturale tendenza armonica del mercato.
Il liberismo ebbe piena espressione nella Gran Bretagna dell'Ottocento, con gli studi di Adam Smith, seguendo gli sviluppi della rivoluzione industriale.
Con la formula del laissez faire, laissez passer, intendeva l'abbattimento di qualsiasi vincolo alla piena libertà economica, relegando lo stato a puro garante e l'intervento dello Stato nell'economia limitato al massimo alla costruzione di adeguate infrastrutture (strade, ferrovie, ponti, autostrade, ecc.) che possano favorire il mercato.
Il liberismo afferma la tendenza del mercato (la mano invisibile) ad evolvere spontaneamente verso il "mondo migliore" sia per il produttore che per il consumatore.
Nella storia economica dell'Ottocento e del Novecento fasi liberistiche si sono alternate con fasi protezionistiche.
In declino dopo la crisi del 1929, il liberismo si è riproposto dopo la seconda guerra mondiale con l'ampliamento del mercato internazionale, l'abbattimento delle tariffe doganali in Europa e, negli anni ottanta, con le politiche economiche ispirate al cosiddetto neoliberismo, che ha avuto grande impulso, soprattutto ad opera di Margaret Thatcher e Ronald Reagan.

Economia Keynesiana

Scuola economica basata sulle idee di John Maynard Keynes, economista britannico, che ha post l'attenzione sulla domanda, osservando come in talune circostanze la domanda di beni e servizi è insufficiente a garantire la piena occupazione.
Di qui la necessità di un intervento pubblico di sostegno alla domanda, nella consapevolezza che altrimenti il prezzo da pagare è un'eccessiva disoccupazione e che nei periodi di crisi, quando la domanda diminuisce, è assai probabile che le reazioni degli operatori economici al calo della domanda producano le condizioni per ulteriori diminuzioni della domanda di beni e servizi.

wall street

La crisi del '29

Nella crisi del 1929 si ridussero di molto e su scala mondiale produzione, occupazione, redditi, salari, consumi, investimenti, risparmi, ovvero tutte le grandezze economiche il cui andamento caratterizza di norma lo stato di progresso o di regresso dell'economia di un paese.
Non fu la prima crisi economica, c'erano state le crisi del 1816, 1825, 1836-39, 1847, 1857, 1866, 1873, 1882-84, 1890-93, 1900-1903, 1907, 1911-13, 1920, 1924, 1926-1927; ma ciò che rese unica questa crisi fu che la contrazione dell’attività economica fu così rapida e radicale come mai era accaduto prima.
Ancora alla fine dell’estate del 1929 la borsa di New York attraversava una fase di grande euforia e speculazione.
La crisi si manifestò in maniera improvvisa, ma non inattesa.
Prima un periodo altalenante, poi giovedì 24 ottobre il primo giorno di panico (in cui 13 milioni di azioni vennero vendute a prezzi nettamente inferiori a quelli di acquisto), e infine martedì 29 ottobre (più di 16 milioni).
Nonostante gli interventi, sia organizzati che spontanei, allestiti da gruppi bancari e finanziari per dare fiducia al mercato, il crollo delle azioni non incontrò argini.
crash '29 wall street crash il martedì nero

I fattori all'origine della crisi

La crisi esplosa sul finire dell’ottobre 1929 aveva origini lontane, da individuare nello sconvolgimento che la prima guerra mondiale aveva prodotto nelle relazioni politiche, monetarie, economiche e finanziarie internazionali.
Tra i fattori politici: 
1) la fine dell’Impero asburgico, con il sorgere di numerosi nuovi stati (Jugoslavia, Cecoslovacchia, Ungheria, Polonia), che non avevano tardato a imboccare la strada di politiche protezionistiche, e quindi limitatrici degli scambi internazionali;
2) la rivoluzione russa (con la conseguente esclusione dell’economia sovietica dai liberi traffici mondiali).
3) il collasso economico della Germania, cui il trattato di Versailles aveva imposto il pagamento dei debiti di guerra e delle riparazioni.
Per quanto riguarda i fattori monetari: fino alla guerra i valori delle monete erano solidamente legati all’oro (unità di misura internazionale) e la Gran Bretagna era il «banchiere del mondo», con la sterlina pilastro del sistema monetario internazionale (tutti i prodotti erano prezzati in sterline).
Ma durante la guerra tutti gli stati avevano ecceduto nelle emissioni di carta moneta ad eccezione degli Stati Uniti che erano riusciti a mantenere inalterata la convertibilità in oro (Gold Standard) del dollaro.
La misura del danno sofferto dalle altre monete emergeva dal peggioramento del loro cambio con il dollaro: già nel 1920 la sterlina era svalutata rispetto al dollaro del 22%.
Mentre le economie dei paesi europei erano in difficoltà, nel dopoguerra gli Stati Uniti  registrarono un boom quasi ininterrotto fino all’ottobre 1929, dovuto alla nascente industria automobilistica (ed a quelle collegate), alle industrie elettrica ed edile ed alle nuove forme di produzione ed organizzazione del lavoro (taylorismo).
Tutti questi fattori determinarono il lento calo della borsa di Londra, soprattutto nelle possibilità di credito, a favore del mercato finanziario di New York, essendo gli Stati Uniti divenuti, da paese debitore, paese creditore dell’Europa e cresciuti sia economicamente che finanziariamente.
Fra il 1925 e il 1929, le industrie americane erano aumentate da 183.900 a 206.700. La sola Detroit nell’anno precedente il crack aveva sfornato quasi 5,4 milioni di automobili.
La produttività industriale nel corso del decennio era aumentata del 43%, ma i salari che erano saliti solo del 20%.
Quindi la differenza fra la crescita della produttività e i salari, andava a impinguare i profitti delle aziende e di conseguenza aumentava il valore delle azioni in Borsa.
A questi squilibri, si aggiunse un fattore psicologico trainante: la convinzione che fosse possibile un arricchimento facile, non legato al lavoro o alla produzione, ma proveniente da attività speculative.
Questa corsa all'acquisto di azioni, a causa di quotazioni sempre crescenti, avvalorava se stessa.
L'esistenza di queste alte quotazioni, attirava anche parte della popolazione a reddito modesto, disposta a pagare alle banche interessi altissimi pur di tentare facili guadagni.
La febbre frenetica di questi titoli non trovò alcun limite.
La crescita convulsa, la politica del denaro facile, la febbre del profitto, contagiò un po’ tutti: bastava anticipare il 10% (il "margin") per comprare le azioni, da rivendere poco dopo ad un prezzo maggiore e intascare la differenza tra prezzo d'acquisto e prezzo di vendita.
I ranghi dei milionari si infittivano di giorno in giorno e lo stile di vita dei nuovi ricchi diventava sempre più stravagante.
Un giovane avvocato ha poi raccontato ”non avevo nemmeno un soldo, mi feci prestare qualche somma dagli amici, ed ero pronto a fare affari utilizzando il "margin", ossia quel sistema che permetteva di pagare soltanto il 10% del valore delle azioni acquistate. Dopo pochi mesi giravo con in tasca un milione di dollari in contanti, sempre pronto a fare altri affari, o a comprarmi una macchina solo perché alla sera finito il lavoro avevo perso il vaporetto per andare a casa”.
La stessa cosa fece il lift dell’ascensore della Borsa, come ha raccontato un agente di cambio: “Non volle stare a guardare; iniziò a comprarmi qualche azione al mattino a 100 dollari e verso mezzogiorno le vendeva a 130. Così un giorno dopo l’altro, aumentando sempre di più il pacchetto, in pochi mesi era diventato milionario”.
Nel 1923 le azioni negoziate furono 237 milioni; nel 1924, 280 milioni; nel 1925, 452 milioni; nel 1926, 449 milioni; nel 1927, 577 milioni; nel 1928, 920 milioni, e quasi altrettante nei sei mesi del fatidico 1929, cioè 827 milioni.
A metà ottobre del 1929 almeno un milione e mezzo di americani possedeva un suo consistente giardinetto e altri 20 milioni di americani qualche pacchetto di azioni in mano lo aveva già.
Questa anomala situazione era iniziata nel secondo semestre del 1924: l’indice era a 134, a fine anno era salito a 181; a fine 1927 salì a 245.
Nel 1928 con questi risultati iniziò la vera e propria orgia speculativa “una fuga di massa nella fantasia” la chiamò Galbraith; ci fu un altro incredibile balzo e a fine agosto del 1929 l’indice toccò i 449 punti, cioè il raddoppio in poco più di un anno.
Le azioni Radio (che non aveva mai pagato un dividendo) passarono da 85 a 420 dollari, il 500%; i magazzini Ward da 117 a 440; quelle del New York Times aumentarono di 86 punti.
Il valore reale delle aziende non corrispondeva più al valore dei “pezzi di carta” che giravano in Borsa, fra l’altro comprati allo scoperto. Intanto i consumi diminuivano per gli stipendi troppo bassi, cosicché alcune industrie avevano un surplus di produzione e i magazzini si riempivano di merci  invendute. 

1929: cronaca della crisi

22 ottobre 1929, martedì

A inizio seduta, alcuni speculatori iniziarono a vendere. Intervenne allora la Federal Reserve, che con un gruppo di banchieri decise di intervenire per frenare il ribasso acquistando alcuni corposi pacchetti per sostenere i titoli.

23 ottobre, mercoledì

La mattina dopo, si affrettarono a vendere gli operatori che operavano con i "margin": cercavano di incassare, correvano a vendere a rotta di collo per colmare l’enorme differenza che si andava creando di ora in ora fra il valore delle azioni comprate allo scoperto nei giorni precedenti (ancora da saldare) e la quotazione sempre più bassa del titolo che la telescrivente senza pietà registrava. Fuori, ancora pochi sapevano del dramma che stava per compiersi, ma la notizia iniziò a diffondersi, molti non dormirono la notte, la passarono a fare concitate telefonate (New York nel 1929 contava già 1.702.889 telefoni (6 volte l’intera Italia).

24 ottobre, il giovedì nero

Ora molti sapevano, prima dell’apertura la notizia si era diffusa per tutta New York. Al mattino davanti alla Borsa si era radunata un gran rumorosa folla. A metà mattinata nell’aula della Borsa c’era già il caos. Fuori, in Wall Street, la folla dei piccoli speculatori faceva ressa piangendo e gridando ad ogni notizia che segnava il polverizzarsi di patrimoni. I grandi banchieri cominciarono ad avere paura, i crediti prestati per la speculazione rischiavano di essere inesigibili. Decisero così di intervenire per riequilibrare il mercato “il cui ribasso -dissero- è solo dovuto a condizioni tecniche”…. “è solo un vuoto d’aria che ha incontrato il mercato”. La fiducia ricompare quando teatralmente (come messaggero del salvataggio) il remisier della banca Morgan, Whitney (che tutti in borsa conoscono) entrò spavaldo nel salone delle contrattazioni, e iniziò a piazzare platealmente ordini di acquisto.

25 ottobre, venerdì

Qualche milione di azioni trovarono altri “vuoti d’aria”.

26 ottobre, sabato

A quei tempi la borsa era aperta anche il sabato, ma solo fino a mezzogiorno. La situazione fu di grande incertezza, anche se il New York Times scriveva: “le nostre potenti banche sono pronte ed impediranno il panico”.

28 ottobre, lunedì

Alla riapertura della borsa era ricominciata la tempesta: furono svendute 9.250.000 azioni.
Al termine della nuova riunione dei banchieri, il loro comunicato affermava che “non era loro compito sostenere i livelli dei prezzi”. Avevano deciso di tirarsi fuori e semmai, giocando al ribasso, di acquistare per quattro soldi i titoli che nessuno più comprava ma che tutti vendevano.

29 ottobre, il martedì nero

Alla riapertura le quotazioni iniziarono a scendere senza sosta, in poche ore alcuni titoli non valevano più nemmeno il costo della carta con la quale erano stati stampati. Al mattino erano state buttate sul mercato 3.260.000 azioni, alle ore 12 il numero era di 8 milioni, alle ore 13,30 era salito a 12.600.000, all’ora di chiusura venne stabilito il nuovo primato degli scambi: 16.380.000 azioni, che si assommavano a quelle del giovedì (15.000.000) e con quelle di venerdì e sabato, toccavano l’impressionante totale di 48.617.700 azioni. I colpi più duri li subirono i fondi di investimento; all’epoca chiamati "Investment trust", ma dietro a loro migliaia di istituti di credito. Il giorno più devastante nella storia del mercato azionario di New York.
Segnò l’inizio della “grande depressione”: gli Stati Uniti (e poi quasi tutto il mondo) piombarono di colpo in una crisi senza precedenti.
fila per mangiare
bambini alla manifestazione
bank united states

La grande depressione

Milioni di malcapitati persero i loro risparmi, mentre altri milioni di persone non coinvolte pensarono che erano “cose da ricchi”, non potevano certo supporre che le loro vite sarebbero state influenzate: si sbagliavano e di molto.
Nel giro di qualche mese la crisi coinvolse tutti i settori, con perdita di posti di lavoro, chiusure improvvisa di banche, di fabbriche, di negozi, di servizi essenziali.
Iniziò la reazione a catena dei fallimenti di società finanziarie, Istituti di credito, Investment trust, aziende commerciali e industriali, piccoli e grandi commercianti, una strage che continuò per diversi anni.
Nell’autunno del 1930 ci fu una vera e propria epidemia di fallimenti: a novembre fallirono 256 banche con depositi per 180 milioni di dollari; il mese dopo altre 352 prestigiosi istituti di credito con 370 milioni di depositi.
Il 10 dicembre 1930, una folla di 20-25.000 persone si raccolse nel Bronx presso una sede della Bank of United State di N.Y, per cercare di ritirare il proprio denaro.
Questa corsa agli sportelli è considerata l'inizi della Grande Depressione, anche perché la crisi di fiducia conseguente portò al fallimento della Bank of United State di N.Y, con più di 200 milioni di dollari di risparmi “volati via”.
Poi ci fu una nuova ondata di fallimenti nella successiva primavera, quando si incrociarono con la crisi americana le crisi di altri paesi europei.

I pareri degli economisti

L'economista John Kenneth Galbraith ha individuato almeno cinque fattori di debolezza nell'economia americana responsabili della crisi: cattiva distribuzione del reddito; cattiva struttura, o cattiva gestione delle aziende industriali e finanziarie; cattiva struttura del sistema bancario; eccesso di prestiti a carattere speculativo; errata scienza economica (perseguimento ossessivo del pareggio di bilancio e quindi assenza di intervento statale in quanto considerato un fattore penalizzante per l'economia).
Secondo altri economisti (Rothbard ed altri della cosiddetta "scuola austriaca") la causa principale della crisi del '29 sarebbe stata la politica monetaria tenuta dalla Federal Reserve (la banca centrale americana): la continua espansione del credito ottenuta attraverso tassi tenuti troppo bassi e il successivo inevitabile rialzo dei tassi avrebbe causato una reazione a catena che ha portato poi al famoso giovedì nero.

I primi rimedi alla crisi

Di fronte alla crisi, la reazione del presidente repubblicano, Herbert Hoover, non fu incisiva. Inizialmente egli si oppose alla misure deflazionistiche, stimolando la spesa per opere pubbliche e facendo pressione sugli industriali perché non riducessero i salari.
Infine, nel 1930, creò la "Grain Stabilization Corporation" e la "Cotton Stabilization Corporation" per sostenere i prezzi dei cereali e del cotone che erano in rapida caduta.
Ma d'altro canto rimase fermo sulla salvaguardia del valore del dollaro (nonostante i costi per l'economia) e si rifiutò di creare un piano di pubblica assistenza per le famiglie, facendo, invece, affidamento sulla carità privata e sull'azione dei governi locali.
Le famiglie, quindi, non potendo più pagare i mutui fondiari, vennero espropriate delle case e molte si trasferirono altrove in cerca di un lavoro. 
La disoccupazione fu aggravata dalle politiche deflazionistiche adottate per evitare ripercussioni sul bilancio dello stato, come: riduzione degli stipendi, tassazione dei salari e riduzione della spesa pubblica.
wall street nel panico

Il sistema finanziario e la crisi

Non furono posti limiti alle attività speculative delle banche e della borsa, dove le azioni non erano acquistate per ottenere dividendi e dunque profitti, ma per rivenderle presto a prezzi più alti.
Senza preoccuparsi della qualità dei titoli, all'aumento della domanda di azioni si accompagnò quella delle loro quotazioni.
A questo va aggiunta la responsabilità dei rappresentanti delle holding che detenevano portafogli d'azioni e che quindi avevano interesse che le quotazioni dei titoli si alzassero.
Per spingere i risparmiatori all'acquisto dei titoli, questi effettuavano dichiarazioni troppo ottimistiche.
L'aumento del valore delle azioni industriali, però, non corrispose a un effettivo aumento della produzione e della vendita di beni tanto che, dopo essere cresciuto artificiosamente per via della speculazione economica diffusasi a tutti i livelli in quegli anni, scese rapidamente e costrinse i possessori a una massiccia vendita, che provocò il crollo della borsa.
La situazione è stata poi aggravata dalla stretta interconnessione che legava il settore industriale a quello bancario.
Infatti, nel momento in cui la borsa crollò, si diffuse un'ondata di panico devastante tra i piccoli risparmiatori i quali si precipitarono nelle banche nel tentativo di salvare il proprio denaro.
Il ritiro del denaro dal mercato provocò una crisi di liquidità di ampie dimensioni e il fallimento di molte banche che trascinarono nella crisi le industrie nelle quali avevano investito.
Molte di queste furono costrette a chiudere i battenti o a ridimensionarsi.
La produzione industriale scese di quasi il 50% tra il 1929 e il 1932.
I licenziamenti, operati dalle aziende in crisi, portarono a una elevata diminuzione delle domande di lavoro, bloccando quasi completamente l'economia americana.

La crisi fuori dagli USA

La crisi si propagò rapidamente a tutti i paesi che avevano stretti rapporti finanziari con gli Stati Uniti, a partire dagli stati europei che si erano affidati all'aiuto economico degli USA al termine della Prima guerra mondiale, ovvero Gran Bretagna, Austria e Germania, dove il ritiro dei prestiti americani fece saltare il complesso e delicato sistema delle riparazioni di guerra, trascinando nella crisi anche Francia e Italia.
In tutti questi paesi si assistette a un drastico calo della produzione seguito da diminuzione dei prezzi, crolli in borsa, fallimenti e chiusura di industrie e banche, aumento di disoccupati (12 milioni negli USA, 6 in Germania, 3 in Gran Bretagna).
Va notato che la crisi non colpì l'economia dell'URSS, del  Giappone e dei Paesi scandinavi.

Conseguenze politiche ed economiche

Il fallimento dei tentativi di trovare soluzioni internazionali spinse da una parte tutti i paesi a introdurre misure protezionistiche e a creare "aree economiche chiuse" (come il sistema di "tariffe preferenziali" fra gli Stati del Commonwealth britannico stabilito nel 1931); dall'altra i governi furono indotti a partecipare direttamente alla vita economica nazionale.
Gli Stati svolsero così funzioni imprenditoriali (ricorrendo alla spesa pubblica) e previdenziali (con l'attivazione di sistemi di sicurezza sociale), come avvenne, per esempio negli USA col New Deal (dove si cercò di mettere in pratica politiche keynesiane e in Italia con la fondazione dell'IRI. Ma in Germania, che subì in particolare il contraccolpo più violento, la crisi provocò milioni di disoccupati che andarono poi a formare la base di consenso che portò il Partito nazista al potere nel 1933.
Nel complesso la crisi non fu completamente superata fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale.

Le nuove regole bancarie

Come risposta all'emergenza creatasi con il fallimento di quasi 5.000 banche durante la Grande Depressione, è stata emanata nel 1933 la legge bancaria, nota come Glass-Steagall Act,che vietava alle banche commerciali di operare nel settore degli investimenti.
L'atto era originariamente parte del programma New Deal del Presidente Franklin D. Roosevelt.
In conseguenza ai fallimenti delle banche e alla devastazione dell'economia, la struttura finanziaria degli Stati Uniti non riscuoteva più fiducia.
Il Glass-Steagall Act aveva il fine di ripristinare la fiducia del pubblico, garantendo che le banche avrebbero seguito pratiche bancarie ragionevoli.
L'atto obbligava ad una separazione tra banche commerciali e di investimento, impedendo alle banche commerciali la sottoscrizione di titoli, con l'eccezione di quelli del Tesoro e di altri enti pubblici.
Allo stesso modo, le banche di investimento non potevano più esercitare l'attività di raccolta dei depositi.

FONTI (1929)

logo web.tiscalinet.it/claufi/1929.htm - La crisi del 1929 di Claudio Fiorillo
www.intermarketandmore.finanza.com
www.cronologia.leonardo.it.
www.it.wikipedia.org/wiki/New_York_Stock_Exchange
www.it.wikipedia.org/wiki/Grande_depressione
www.sansepolcroliceo.it
www.pbmstoria.it/dizionari/storia_mod/l/l074.htm
http://topics.nytimes.com/